L’Oasi di Ines: quando il progetto nasce da una storia
Questo racconto nasce dall’ascolto di una voce raccolta nel cortile di una casa a ringhiera milanese. Prima ancora che diventasse un progetto, “L’Oasi di Ines” è stata una storia che ci è stata raccontata e di cui desideriamo tenere traccia. Per noi progettare significa anche questo: ascoltare, custodire, trasformare.
Mi chiamo Lisa e abito da quando sono nata in una casa di ringhiera. Una delle poche case di ringhiera di Milano che vanta ancora una piccola “oasi”, come la chiamiamo noi, in fondo al cortile. Si tratta di un minuscolo giardino con orticello e una piccola casetta in legno, dimora di una storica famiglia di galline.
La famiglia di galline è un dono di un brigadiere che viveva nel nostro condominio e che durante l’ultima guerra riuscì a portare in salvo i volatili da un pollaio in fiamme. Il brigadiere raccontò che si trattava di una stirpe pregiata proveniente dal Nord Africa. Il salvataggio non fu semplice, ma il coraggioso uomo riuscì a portare in salvo quasi tutta la famiglia di pennuti.
Da allora, generazioni di galli e galline hanno da sempre fatto parte del nostro condominio. Sono i nostri “condòmini onorari”, come dice il signor Piero del primo piano.
Sulla signorina Ines, la nostra vicina del terzo piano dell’ala ovest, sono sempre girate voci circa le sue capacità paranormali di parlare con le galline. Io naturalmente ho sempre pensato fosse solo una delle tante leggende del cortile. Il fatto che passasse buona parte della mattina nell’oasi con le galline era noto a tutti. Nei pomeriggi, quando le temperature lo permettevano, rimaneva per ore a contemplarle dal ballatoio, seduta su una sedia in paglia mezza spelacchiata. L’oasi era la sua vita, come diceva lei. Lavorava al piccolo orto e curava il giardino, ma la sua vera passione erano sempre state le galline.
Chi può dire se Ines fosse davvero in grado di comunicare con loro? “Un amore reciproco”, per Ines non c’erano dubbi, le galline le rispondevano. Una cosa era certa, attorno alla vecchietta i volatili mostravano un evidente entusiasmo e non credo si trattasse solo di cibo. Era una vera amicizia la loro, direi un incredibile caso di amicizia interspecie.
Nella mia vita, fin da quando ero piccola, ho avuto la fortuna di assistere molte volte ai bizzarri incontri tra Ines e le sue bambine, come le chiamava lei. Ad Ines non importava se ci fosse qualche gallo, per lei erano tutte bambine. Non si era mai sposata e non aveva altro che le sue bambine, e ad ognuna aveva dato un nome.
Quante mattine ho visto dalla mia finestra Ines attraversare il cortile per recarsi all’oasi. La vedevo avanzare dai portici con il suo passo stanco e claudicante, in perfetta sincronia con il canto del gallo. Nelle calde albe estive, così come nelle gelide albe invernali, Ines non mancava mai.
Prima ancora di raggiungere il piccolo cancello verde dell’oasi, le galline venivano chiamate all’appello da Ines, una ad una. La sua era una voce vellutata e rassicurante che negli ultimi anni si era fatta sempre più sottile. Ogni nome veniva pronunciato almeno un paio di volte e puntualmente Ines compiva due gesti simultanei tra un nome e l’altro. Con la mano destra stringeva lo scialle al petto, sollevandolo verso la gola, come ad assestarlo, con la sinistra ravanava nella tasca del grembiule.
Un giorno Ines smise di scendere in cortile, così decisi di andare a trovarla. Quel tardo pomeriggio di aprile, quando aprì la porta mi apparve ancora più piccola. La sua schiena era curva e diceva che i reumi non la lasciavano in pace. Le ginocchia non le consentivano più di salire e scendere i tre piani di scale. Delle galline se ne occupava ormai da qualche settimana un ragazzo straniero. Ines mi confidò che era molto preoccupata. A suo parere il ragazzo “dai denti brillanti” se la cavava bene nel giardinaggio e nell’orto, ma non altrettanto bene con le sue bambine.
In effetti non si può negare che, da quando Ines non era più scesa, molte galline avevano a loro volta smesso di uscire dalla casetta e alcune non facevano nemmeno più uova.
Ma la cosa che tormentava più Ines erano le minacce di un certo condòmino, un energumeno che abitava al piano terra. Non solo la minacciava spesso di morte, quell’uomo orribile cercava da tempo di convincere l’amministratore e i condòmini circa la necessità di sostituire l’oasi con dei ben più redditizi posti auto. Purtroppo di persone affezionate all’oasi a parte Ines ne erano rimaste poche, per lo più vecchietti nostalgici e qualche bambino. La proposta dell’energumeno veniva ormai condivisa da molti.
Ines non ci dormiva e sapeva che non potendo più scendere sarebbe stato sempre più difficile lottare per evitare lo sfratto delle sue bambine. Mi supplicò angosciata di prendere in mano la situazione.
Le sue istruzioni furono precise. Mi chiese il sacrificio di svegliarmi all’alba per sette giorni durante i quali il ragazzo sarebbe stato congedato e pagato il dovuto. Avrei dovuto occuparmi io dell’oasi, in particolare di Teresina, la gallina più anziana, la matriarca. Ines mi disse che Teresina era andata in depressione da quando lei non era più scesa, fra tutte le sue bambine era quella che soffriva di più. Aveva iniziato a lasciarsi andare e non faceva quasi più uova. Così le altre la imitavano, un po’ per compassione e un po’ perché la tristezza aveva coinvolto anche loro. Non sapevo se ridere o rimanere seria. Mi sembrava che continuare ad ascoltare Ines fosse quasi irrispettoso, non volevo contribuire all’assurdità delle sue fantasticherie. Al tempo stesso sentivo che aveva bisogno di aiuto e mi faceva molta tenerezza, così rimasi ad ascoltare ancora….Teresina era una gallina bellissima e molto intelligente, un esemplare unico, con una personalità affascinante, ma davvero troppo emotiva.
Alla fine Ines riuscì a convincermi. La sua fragilità mi rattristava, dovevo fare qualcosa per lei e decisi di accogliere la sua supplica.
Ogni mattina di quei sette giorni, prima di andare all’oasi, dovevo passare da Ines, la quale mi aspettava seduta al tavolo della cucina con le mani affondate nel mais. Ines lo mescolava vigorosamente e poi lo versava in una piccola ciotola d’argilla. Era importante che tenessi la ciotola sempre al caldo, si raccomandava. Mi spiegò che il mais, a differenza del resto del cibo, doveva essere “preparato” prima di essere dato alle galline. Ricordo le grandi mani ossute di Ines che mescolavano il mais con energici vortici, quasi come in un rito. Ines si premurava che dalle sue mani calde passasse ogni singolo chicco di mais. Il mais di Ines veniva così preparato, era un mais “speciale”.
Quando mi vide entrare per la prima volta all’interno dell’oasi, Teresina mi scrutò attentamente.
Qualcosa mi disse che sentiva che ero stata inviata da Ines. Si recò nel retro della casetta e io la seguì. Mi indicò ripetutamente con il becco un punto preciso del terreno. Il giorno dopo raccontai ad Ines l’accaduto e mi disse che era “il segno”, che Teresina si fidava di me e che avrei scoperto da sola cosa Teresina mi chiedeva di fare. Mi invitò a non desistere, solo il mio contributo avrebbe salvato l’oasi.
Dopo quest’ultimo incontro con Ines mi sentivo davvero strana. In me c’erano due forze che lottavano. Da una parte volevo lasciar perdere l’assurda situazione, dall’altra sentivo che non avrei dovuto deludere Ines. Così continuai ad andare all’oasi anche nelle mattine successive.
Il settimo e ultimo giorno, una domenica, mi svegliai con un po’ di ansia. Avevo l’ultima possibilità di compiere la missione che mi aveva assegnato Ines. Fino ad allora non era accaduto nulla, o io non ero stata in grado di leggere i segni. Come potevo salvare l’oasi?
Quella mattina c’era un silenzio surreale e non ricordo nemmeno di aver sentito cantare il gallo. Non ci fu bisogno di cercare Teresina, sapevo dove si trovava, così mi recai sul retro della casetta. La trovai accovacciata nel punto in cui aveva cercato di indicarmi qualcosa il primo giorno che andai all’oasi. Mi guardò e poco dopo con infinita delicatezza si sollevò mostrandomi il suo prezioso dono.
Non ricordo per quanto tempo tenni l’uovo stretto al mio grembo prima che un piccolo becco rompesse il guscio. Fu uno dei momenti più belli della mia vita. Dentro di me sentivo che attraverso quel semplice gesto ero riuscita a portare a termine la missione di Ines. Sentivo che l’alleanza tra Uomo e animali era stata rinnovata.
In quel momento suonò il cellulare. Una certa Rosi del Comune sarebbe stata interessata a proporre un nuovo programma didattico, un percorso per bambini alla scoperta delle piccole realtà rurali che ancora esistono all’interno della città. Qualcuno le aveva parlato della nostra oasi e voleva proporla tra le varie tappe del percorso. Mi chiese se fossi interessata al progetto.
E’ così che le bambine di Ines non furono mai sfrattate.
Da allora sono uno degli organizzatori di questo programma. Faccio conoscere ai piccoli l’importanza della convivenza tra l’uomo e gli animali, anche in città.
Ines non vide mai il cortile pieno di bambini correre e giocare con le sue galline. Sarebbe stata felice di vederle scorrazzare in splendida forma, come una volta.
Tuttora continuo a preparare io stessa il mais, come mi insegnò Ines. Non so se anche il mio è un mais “speciale”, so solo che quando lo verso dalla ciotola di Ines nelle mani dei bambini e vedo i loro sorrisi mi sento molto felice. I bambini che arrivano ogni domenica sono sempre più numerosi. Alcuni sono già preparati e mi chiedono di Ines o della gallina Teresina, qualcuno addirittura mi chiede di raccontargli la storia del valoroso brigadiere.
A Ines,
Milano, Agosto 2022
Questo racconto è parte della ricerca narrativa di Studio Paradisiartificiali, che esplora il rapporto tra spazio domestico, memoria e immaginazione come strumenti per progettare nuovi modi di abitare la città.
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